vivi n'Dò vivi !

Pubblicato il da antonio sassano

vivi n'Dò  vivi !

Il pagliaccio piange. Lacrime bianche colano dagli occhi come gocce di cera che si gettano suicide dalla cima di una candela. Il sorriso rosso muta in una smorfia beffarda. Intorno luci basse di un circo sfarzoso. Gli spettatori ammutoliti dal suono incessante del pianto, le facce bloccate in un'espressione maligna nell'attesa egoista di una tragedia annunciata. Dopo essersi asciugato una lacrima, portando via uno strato di cerone dal viso, il clown prende un grosso coltello di plastica con la mano guantata  e  se  lo conficca con forza nella pancia. Le budella escono alla rinfusa, e il pagliaccio torna a ridere una risata scomposta. Mentre il pagliaccio ride e muore, muore e ride di nuovo, il pubblico si alza in piedi per celebrare l'ultimo, meraviglioso spettacolo.D'un tratto mi sveglio confuso e sudato disteso sulla panchina di legno di una enorme sala grigia ,cupa, un posto che non conosco.Mi alzo di scatto, ora rammento ,è la sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bari, arrivato ieri sera da Taranto sono quì che aspetto l'espresso per Milano , l'orologio sulla porta che da ai binari segna le quattro , mancano ancora due ore .Mi muovo , trotterello qua e là, borbottando frasi incomprensibili come in un qualsiasi stato di daun che si rispetti. . Cerco di non pensare," scollega la mente Nd'ò ,non pensare, vivi! Vivi! " ma è inutile, quel maledetto sogno mi ha turbato. Un pagliaccio può davvero piangere? Torno a sedermi sulla panchina  che mi ha fatto da letto, e solo adesso mi accorgo di un vecchio barbone che si è sistemato qualche metro più in su. Sposta la coperta lurida e mi guarda con occhi vivi e un sorriso enigmatico -Il clown è triste- mi dice con un filo di voce.  Tira la coperta sulla faccia rugosa, scurreggia, e si rimette a dormire ripiegando il corpo stanco in quel letto di stracci. Ed io non capisco dov'è finito il sogno e dov'è cominciata la realtà. Angoscia. Paura. Maledetta roba,è bastato trovarmi per qualche ora nei pressi di Japigia per ricascarci, non finirà mai. Devo smettere di farmi. E allora grido. Un urlo spaventoso nella notte, un mantra liberatorio che a mala pena si confonde con lo stridio delle ruote di ferro di un treno merci in transito sui binari lucidi e grigi della stazione di Bari. Vigilia di Natale 1992.

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